La
società Recos ha depositato (prima
della scadenza del 15/5/2020) la documentazione integrativa, impostata e organizzata in modo formalmente aderente alle richieste del
18/10/2019 della Regione, ma per valutare
la reale “ottemperanza” alle richieste regionali occorre esaminare nel
merito questa documentazione.
Data
l’articolazione delle richieste integrative, in questo post ci limitiamo ad
esaminare la problematica (più controversa) contenuta nel comparto tematico n. 1:
“vulnerabilità dell’acquifero e gestione delle acque - richieste di integrazione 1-10”;
in sostanza occorre capire come la società Recos
intende preservare la risorsa idrica
dell’acquifero della bassa valle del Magra, nonostante la costruzione del
nuovo biodigestore.
Va
sottolineato come Recos abbia
(rispetto alla prima documentazione progettuale) presentato ora nuovi studi e
nuove soluzioni (riguardanti sia gli impianti, sia i processi lavorativi che i
controlli e la sicurezza) con l’evidente intenzione di rassicurare sull’aumentata tutela dell’acquifero; si tratta di un
fatto positivo, conseguenza sia della procedura di VIA e delle integrazioni richieste
dagli uffici regionali che dell’articolata
lotta degli oppositori alla realizzazione dell’impianto.
Lo studio del prof. Ronchetti (“Modello numerico di flusso di trasporto delle acque sotterranee della bassa Val Magra tra il Polo Integrato di Trattamento e Recupero dei Rifiuti in Località Saliceti -ReCos S.p.A. - e i campi pozzi di Fornola”) colma alcune delle lacune presenti nella documentazione originaria del progetto di biodigestore; questo studio descrive il comportamento dell’acquifero (interazione falda e fiume) e le modalità di alimentazione dei pozzi di acqua presenti in Fornola, giungendo alla conclusione che: “Le caratteristiche idrogeologiche ed idrochimiche dell’area, come peraltro già evidenziato da altri Autori, evidenziano la presenza di continui scambi fiume-falda e la presenza di una elevata infiltrazione verticale. Tali aspetti oltre a favorire una continua ricarica dell’acquifero favoriscono una continua miscelazione, capace di produrre un elevato scambio tra le acque sotterranee e le acque superficiali” (Ronchetti, pag. 134).
Lo studio del prof. Ronchetti (“Modello numerico di flusso di trasporto delle acque sotterranee della bassa Val Magra tra il Polo Integrato di Trattamento e Recupero dei Rifiuti in Località Saliceti -ReCos S.p.A. - e i campi pozzi di Fornola”) colma alcune delle lacune presenti nella documentazione originaria del progetto di biodigestore; questo studio descrive il comportamento dell’acquifero (interazione falda e fiume) e le modalità di alimentazione dei pozzi di acqua presenti in Fornola, giungendo alla conclusione che: “Le caratteristiche idrogeologiche ed idrochimiche dell’area, come peraltro già evidenziato da altri Autori, evidenziano la presenza di continui scambi fiume-falda e la presenza di una elevata infiltrazione verticale. Tali aspetti oltre a favorire una continua ricarica dell’acquifero favoriscono una continua miscelazione, capace di produrre un elevato scambio tra le acque sotterranee e le acque superficiali” (Ronchetti, pag. 134).

Stabilita
questa forte interazione fiume-falda,
lo studio evidenzia l’esistenza di una peculiare “scorciatoia”: “Le acque si infiltrano nel materasso
alluvionale nella zona di Albiano in sponda sinistra, alimentano l’acquifero lungo le principali linee di drenaggio
sotterraneo disegnando una sorta di scorciatoia
rispetto all’alveo attuale del fiume, in accordo con la possibile esistenza di
un paleo-alveo caratterizzato dalla presenza di depositi ghiaiosi ad elevata
permeabilità” (Ronchetti, pag. 16) e, quindi, l’area interessata dal biodigestore
risulta essere adiacente o soprastante a questo acquifero (bisognerebbe conseguentemente indagare anche il “potenziale inquinante” di altre attività
presenti in zona, specie quelle relative alla gestione dei rifiuti, ad esempio l’impianto
Costa Mauro sas in loc. Albiano M. e l’impianto TMB riservato al trattamento di
rifiuti urbani indifferenziati, non pericolosi, per la trasformazione in CDR).


Lo studio ritiene
che la tutela dell’acquifero si
possa realizzare:
a) per via naturale;
un inquinante (rilasciato accidentalmente dal sito di progetto), grazie ai continui
scambi fiume-falda, all’attraversamento nel sottosuolo in
profondità e ai tempi di percorrenza,
subisce “una forte diluizione e abbattimento della sua concentrazione” (Ronchetti, pag.
136);
b) con la predisposizione di difese attive mediante la realizzazione
di due soluzioni impiantistiche:
1)
una rete di monitoraggio dell’insediamento
in progetto, dotata di sensori in continuo ubicati in piezometri o nelle
immediate vicinanze delle vasche di raccolta, finalizzato a controllare
l’assenza di perdite accidentali nel sottosuolo, in maniera da celermente
attivare i due pozzi barriera;
2) due pozzi barriera (di portata 1200
m3/g, ciascuno) opportunamente collocati a valle dell’impianto servono (nel
caso di eventuale perdita/sversamento) per impedire l’ulteriore migrazione
degli inquinanti.
Conseguentemente
è stato presentato:
- un “Piano di monitoraggio” (una rete di piezometri attrezzati per la misura in continuo di parametri sensibili, posizionati sia all’interno dell’area impianto sia in corrispondenza dei campi pozzi) che, in caso di registrazione di anomalie nei parametri, faccia scattare procedure di intervento (distinte in: Fase di Pre-allerta e Fase di Allerta) con prelievo ed analisi delle acque sotterranee, procedure da riportare nel Piano di Sicurezza al fine di ridurre ed ottimizzare i tempi di intervento;
- una specifica progettazione dei due pozzi di barriera idraulica in grado di intercettare eventuali fenomeni di inquinamento provenienti dalle aree dell’impianto, con conseguente predisposizione di n. 4 cisterne (capacità 40-50mc cad.) da utilizzare per eventuale primo stoccaggio delle acque emunte in caso di attivazione pozzi barriera e successivo trasporto presso centro di smaltimento autorizzato oppure con un possibile scarico nel canale Gora dei Mulini (Piano di Monitoraggio, pag. 33).
- un “Piano di monitoraggio” (una rete di piezometri attrezzati per la misura in continuo di parametri sensibili, posizionati sia all’interno dell’area impianto sia in corrispondenza dei campi pozzi) che, in caso di registrazione di anomalie nei parametri, faccia scattare procedure di intervento (distinte in: Fase di Pre-allerta e Fase di Allerta) con prelievo ed analisi delle acque sotterranee, procedure da riportare nel Piano di Sicurezza al fine di ridurre ed ottimizzare i tempi di intervento;
- una specifica progettazione dei due pozzi di barriera idraulica in grado di intercettare eventuali fenomeni di inquinamento provenienti dalle aree dell’impianto, con conseguente predisposizione di n. 4 cisterne (capacità 40-50mc cad.) da utilizzare per eventuale primo stoccaggio delle acque emunte in caso di attivazione pozzi barriera e successivo trasporto presso centro di smaltimento autorizzato oppure con un possibile scarico nel canale Gora dei Mulini (Piano di Monitoraggio, pag. 33).
In conclusione.

In
merito, va osservato che aveva torto la società Recos quando negava ogni rischio: “è stato paventato il rischio per le falde acquifere, ma in
realtà non c’è nessun pericolo per i pozzi di Fornola, visto che si trovano
a quasi due chilometri di distanza, mentre la norma prevede una lontananza
minima di 200 metri” (dichiarazione di Piercarlo Castagnetti del 16/5/2019);
al contrario avevano ragione i Comitati che si oppongono alla realizzazione del
biodigestore
a Saliceti: “Nessuno può escludere del
tutto l’imprevisto e il rischio di
contaminazione della falda acquifera. Per il principio di precauzione già solo questo dovrebbe bastare a
valutare il rigetto immediato della procedura autorizzativa in corso e la
revisione del Piano dei rifiuti. In gioco non ci sono solo la qualità della
vita dei cittadini di Santo Stefano Magra e Vezzano Ligure, ma anche l’approvvigionamento di acqua potabile
per 150mila persone tra La Spezia e la Val di Magra” (dichiarazione
del 22/10/2019).
Soprattutto
aveva ragione la SAT (Società Acquedotti Tirreni Spa che gestisce i pozzi di
Fornola (per la fornitura all’ingrosso di acqua per circa 4 milioni di metri cubi), che riteneva
“inappropriata e pericolosa” la
localizzazione del biodigestore a Saliceti per la “vulnerabilità per eventuali pericoli a monte delle zone pozzi”
e per il rischio derivante da eventuali fuoriuscite di liquami che “in breve tempo porterebbero alla chiusura dei pozzi e all’interruzione della
fornitura di acqua potabile senza possibilità di sostituzione perché non
esiste un collegamento di emergenza con altri pozzi” (SAT, lettera del
19/8/2019).
Occorre
richiamare quanto già in precedenza affermato: “Si tratta di un problema “tremendamente
serio” che andrebbe affrontato con oggettività, pacatezza e serietà,
ricercando eventualmente soluzioni idonee, non bastando né semplicistiche rassicurazioni, né le allarmanti ma generiche indicazioni di pericolo” (vedere questo
post: QUI).

a) i nuovi accorgimenti
costruttivi ora adottati “per lo
stoccaggio e i trasferimenti dei reflui nel sito di progetto vengono in aiuto a
proteggere il sottosuolo da fenomeni accidentali che possono facilmente
generare inquinanti, che si infiltrano nel sottosuolo, riducendo di conseguenza
sensibilmente i tempi e le masse degli scenari di pericolo” (Ronchetti, pag.
134);
b) per le stesse caratteristiche
dell’acquifero: “acquifero libero, caratterizzato da una soggiacenza limitata, molto permeabile e
poroso, ricaricato continuamente da eventi di pioggia e dai corsi d’acqua
superficiali che contribuiscono al continuo apporto di ossigeno in falda” (Ronchetti, pag. 67);
c) per l’azione di diluizione: “L’acquifero
sottostante il sito in progetto esercita una forte diluizione sulla quantità di
inquinante rilasciato” (Ronchetti, pag. 124);
d) per le due nuove soluzioni impiantistiche: una rete di monitoraggio e i
due pozzi barriera.

Il
principio di precauzione (azione intrapresa allo scopo di anticipare,
identificare, ridurre o eliminare l’impatto delle sorprese) dovrebbe
spingere tutti a individuare il punto di equilibrio in ordine all’accettabilità
e alla gestione dei rischi che derivano da questa attività industriale nell’interesse
dell’ambiente e della salute umana, poiché anche solo un ragionevole timore dovrebbe essere già
sufficiente a sollecitare l’assunzione di una adeguata misura preventiva.
Questa
attenzione deve essere maggiore soprattutto per questi nuovi impianti (ma occorre
recuperare una capacità di controllo
anche sugli impianti già esistenti a cominciare dall’impianto TMB di Saliceti)
situati lungo il fiume per evitare (data la “vulnerabilità elevata”) che
la falda, il fiume e la zona pozzi possano
essere contaminate, provocando un danno ambientale rilevantissimo e conseguenze
gravi all’approvvigionamento di acqua
potabile per la popolazione.
Euro
Mazzi
2) BIODIGESTORE DI SALICETI: GLI AFFARI NELLA “RUMENTA”: QUI
3) BIODIGESTORE DI SALICETI: PER LA TUTELA DELLA FALDA ACQUIFERA: QUI
4) BIODIGESTORE DI SALICETI: IMPIANTO SI O NO?: QUI
5) BIODIGESTORE DI SALICETI: PRIMI PARZIALI RISULTATI: QUI
6) BIODIGESTORE DI SALICETI: SI CHIUDE IL CICLO DEI RIFIUTI?: QUI
7) BIODIGESTORE DI SALICETI: INTEGRAZIONI LACUNOSE: QUI
Altri post riguardanti il biodigestore:
1) BIODIGESTORE DI
SALICETI: IL TRASFORMISMO E LA “RUMENTA”: QUI2) BIODIGESTORE DI SALICETI: GLI AFFARI NELLA “RUMENTA”: QUI
3) BIODIGESTORE DI SALICETI: PER LA TUTELA DELLA FALDA ACQUIFERA: QUI
4) BIODIGESTORE DI SALICETI: IMPIANTO SI O NO?: QUI
5) BIODIGESTORE DI SALICETI: PRIMI PARZIALI RISULTATI: QUI
6) BIODIGESTORE DI SALICETI: SI CHIUDE IL CICLO DEI RIFIUTI?: QUI
7) BIODIGESTORE DI SALICETI: INTEGRAZIONI LACUNOSE: QUI
Altri post riguardanti questo argomento:
1) SE ACAM PIANGE I COMUNI NON RIDONO … E NOI PAGHIAMO: QUI
2) IL LUNGO CREPUSCOLO DI ACAM: AGGIORNAMENTO DEL PIANO DI RIASSETTO 2013: QUI
3) IL CREPUSCOLO DI ACAM E LA PRIVATIZZAZIONE PARZIALE DEL SERVIZIO SMALTIMENTO RIFIUTI: QUI
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2) IL LUNGO CREPUSCOLO DI ACAM: AGGIORNAMENTO DEL PIANO DI RIASSETTO 2013: QUI
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